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sabato 15 gennaio 2011

c'era

ieri sera sono andata a cena coi miei compagni di classe, che amo ancora da impazzire, e stavolta c'era anche lui... e una pace improvvisa è scesa nel mio cuore.

sabato 6 novembre 2010

quarantaquattro anni ma sembra ieri

quella volta pioveva da settembre, non come ora che due giorni di piogge feroci hanno fatto lo stesso disastro. ci ha fregati il fatto che l'anno prima sembrava dovessero rompersi tutti gli argini e fare un disastro, invece ci fu solo qualche pozzanghera. così quell'anno ci preparammo convinti che fosse un altro falso allarme. e invece fu tremendo.
mio papà lavorava al comune, non ricordo se fosse solo in giunta o anche vicesindaco. nei giorni precedenti faceva la spola tra lì, casa e la scuola. non l'avevo mai visto così preoccupato. avevamo sollevato i mobili del pianterreno, portato le automobili alla stazione dei treni, che era il punto più alto (non noi, che non avevamo l'auto, ma tutti gli altri). ci si preparava ma senza convinzione. non ricordo se facemmo in tempo ad avere la notizia di quello che era successo a Firenze e a Venezia, ma credo di sì, perché ricordo le immagini del disastro...
la notte fra il 4 e il 5 novembre miol padre rimase fuori, a sorvegliare gli argini della Livenza con quelli del Genio Civile (grazie a dio non avevamo ancora bortoladro bortolaso). tornò che albeggiava, dicendoci che  il fiume aveva rotto gli argini e l'acqua stava arrivando. poi andò a scuola, a vedere cosa poteva fare.
e l'acqua arrivò. ed era pauroso vederla rotolare sulle strade e salire, salire... sembrava non doversi fermare mai. mi tornavano in mente le parole che tante volte avevo sentito dai miei nonni: il fuoco lo puo i spegnere, il terremoto dura poco e poi passa, ma l'acqua non la fermi, non la contieni, non puoi lottare. 
ben presto ci rendemmo conto che aver sollevato i mobili non sarebbe servito a nulla, e li appoggiammo di traverso sulle scale. ci trasferimmo al primo piano, aspettando che la piena si fermasse. si fermerà, pensavamo, è già alta un metro, un metro e mezzo, due... si fermerà, quanta acqua c'è in quel fiume? ha rotto il Meduna, non la Livenza...
al tramonto smise, o comunque rallentò: eravamo in un lago, l'acqua da noi era arrivata a circa tre metri di altezza, e non eravamo nemmeno in uno dei punti più bassi. i mobili messi sulle scale avevano cominciato a galleggiare e poi si erano rovesciati, affondando con tutto quello che avevano dentro, come il titanic. gli elicotteri continuavano a girare, sopra di noi e il loro rumore mi faceva paura, non lo sopporto più, da allora. per le strade, divenute ormai vie d'acqua, giravano barche e gommoni dei pompieri e del genio, ci portavano notizie e soccorsi. mio padre era disperato per la scuola: tutte le apparecchiature dei laboratori erano perse...
non ho molti ricordi di quella notte, se non che mia mamma disse di aver dormito con la mano appoggiata al pavimento. il giorno dopo venne mio zio a prendermi, per portarmi da lui a Brescia. uscii dal terrazzino, salii con lui in gommone e andammo via fino al muretto dell'argine, sopra il quale camminammo in equilibrio precario per un bel po'.
di quello che accadde dopo ho solo i racconti dei miei.
la nafta era uscita da tutti i serbatoi e galleggiava ovunque. l'acqua ci mise due settimane per scendere del tutto, così la nafta ebbe il tempo di spargersi ben bene su tutti i muri. l'acqua era andata ma aveva lasciato il fango, e le carcasse degli animali, le mucche che galleggiavano gonfie, i cani, le galline...
ripulire fu un'impresa titanica. per anni continuammo a sentire puzza di nafta, a veder uscire umidità dai muri.
i danni furono immensi, per tutti gli abitanti. il duomo del Sansovino, la chiesa della Madonna, avevano tesori all'interno che andarono perduti. la scuola professionale, che mio padre amava come un altro figlio, ci mise anni per rimettersi in sesto, con l'aiuto degli alunni e degli ex alunni.
posso solo immaginare la disperazione della gente. la rivedo ora negli occhi di altri veneti messi in ginocchio da un'altra alluvione. sono passati tanti anni ma siamo ancora senza ritegno: non siamo ancora riusciti a capire che la terra si vendica di chi la violenta.

domenica 18 aprile 2010

viaggi nello spaziotempo

ci sono momenti in cui un suono, un odore, un'immagine qualunque, ti fanno entrare in un'anomalia dello spazio-tempo, e improvvisamente sei in un altro luogo, in un altro tempo. non è che semplicemente ti ricordi di qualcosa, vivi effettivamente per alcuni secondi da un'altra parte.
l'altro giorno mi è capitato: ero in classe e stavo giustificando un alunno entrato in ritardo e improvvisamente mi sono trovata in un'altra classe, la mia classe di quinta liceo, maggio del '73 credo, a giustificarmi con la prof di matematica per essere arrivata in ritardo... mi stava rimproverando e non voleva farmi entrare e io, stufa delle sue continue vessazioni, mi sono permessa di risponderle che in fondo anche lei arrivava in ritardo, a volte, e che quella mattina avevo avuto dei problemi (dei quali non mi ricordo prorpio) e che insomma facesse quello che voleva ma che non lo trovavo giusto. poi sono uscita a farmi consolare dalla bidella. dopo un po' la prof è venuta a chiamarmi e, ostentando magnanimità, mi ha fatto entrare in classe. da quel giorno ha smesso di tormentarmi. 

per qualche secondo sono tornata nella mia scuola, con i miei compagni di classe, nel languido maggio trevigiano, e l'emozione di essere di nuovo lì mi ha fatto venire un groppo in gola. 
dico spesso che non tornerei indietro a rivivere la mia adolescenza, nemmeno per tutto l'oro del mondo. avere di nuovo sedici anni? diciotto? con tutte le paturnie che mi facevo perché mi chiamavano brufolo Bill? no grazie.
però lì, in quel momento, tornerei. mi sentivo al sicuro con i miei compagni di classe, sentivo di avere degli amici, sentivo di far parte di un gruppo, erano (lo sono ancora) persone speciali con le quali avevo un rapporto speciale. e anche adesso, dopo quasi quarant'anni, quando ci ritroviamo riusciamo a parlarci senza imbarazzi, ritroviamo la stessa confidenza di allora... 
lì, in quel momento, tornerei. a rivivere il mio entusiasmo e la consapevolezza di avere tanti progetti in testa, di poter ancora plasmare la mia vita, di avere ancora tante scelte da fare e il tempo per farle...
lì, in quel momento, tornerei. e prenderei da parte lui e gli direi quello che provo. e aspetterei di vedere come va a finire.

sabato 21 novembre 2009

quando c'è la salute...

questo post si può anche leggere saltando la prima parte.
scrivo prima che la telecom mi chiuda di nuovo la connessione. l'altro giorno improvvisamente è morto tutto, così ho chiamato il 187 per vedere se c'era qualche problema ed effettivamente risultavano due bollette non pagate. non me ne ero accorta perché ho la domiciliazione (ma se non c'è ciccia nemmeno la banca fa miracoli...) e comunque dalla telecom nessuno mi aveva avvisata (signora, noi abbiamo spedito la comunicazione, se la prenda con le poste!) . vabbè, pagate le bollette (e prosciugata una parte preziosa dello stipendio) torno a riprendere i miei contatti col mondo fino a ieri sera quando muore tutto di nuovo. richiamo e mi spiegano (con una maleducazione ancora più grande) che sì, in effetti c'è un guasto alla centrale e che entro lunedì mattina sarà riparato perché di domenica non si lavora. scusa, e oggi che è sabato? ma il corso di maleducazione, alla telecom, glielo fanno prima o dopo l'assunzione?
secondo me hanno saputo che passo alla concorrenza e me la vogliono far pagare...
btw, sono a casa da scuola perchè avevo bisogno di qualche giorno di pausa, alla faccia di brunetta. sembra una fesseria, ma fare 22 ore anziché 18, pesa parecchio. così son qui a godermi un po' di riposo. ma dato che nulla deve restare impunito, ho mal di denti.
fine delle lamentazioni.

Thumper insiste e, anche se siamo un po' in anticipo per la befana, ora scrivo la ricetta della pinza di mia mamma. c'è una storia dietro, ovviamente, e non ve la risparmio. anche perchè il cibo non è solo qualcosa che si cucina e si mangia, è un sentiero con un cuore.
dalle mie parti si dice che porta fortuna mangiare sette tipi di pinze differenti entro la mezzanottte del 6 gennaio, quindi non vi dico quante pinze diverse giravano per casa mia... quando ero piccola andavamo a ciamàr el pan e vin da una famiglia di contadini che preparava polenta e salame cotto, vin brulé e, ovviamente, le pinze. noi bambini andavamo a giocare nella stalla, che era il posto più caldo, e ci rincorrevamo tra le mucche schizzandoci di latte... anche se negli ultimi vent'anni ogni paesetto si è inventato il suo pan e vin personale, con falò più o meno improvvisati (solitamente ad ore impossibili) è ancora possibile vedere i falò della vecia che bruciano nelle case coloniche, percorrendo le strade della sinistra Piave. a destra è tutta un'altra storia. qui la pinza si fa col pane bagnato nel latte, con la zucca... bastarda, insomma. così la pinza, per la befana, andavo a prenderla da mia mamma, finché è stata in grado di farla. poi mi sono fatta dare la ricetta.
servono 700 cc di latte, 125 gr di farina da polenta bianca, 500 gr di farina 00, 250 gr di uvetta, 150 gr di burro sciolto, 250 gr di zucchero, 2 uova intere, la scorza grattuggiata di un limone e di un'arancia, 1 bustina e mezza di lievito per dolci, un po' di sale e tutta la frutta secca che è avanzata dalle feste di natale, a piacere. io metto noci, nocciole, fichi secchi, datteri e pinoli. le quantità possono variare secondo il gusto di ognuno. facoltativi (ma io li metto) un bicchierino di grappa e un po' di vaniglia.
si mette a bollire il latte con due pizzichi di sale e si versa a pioggia la farina da polenta, mescolando bene per non formare grumi. fuori dal fuoco si aggiungono lo zucchero e il burro fuso e poi pian piano la farina, mescolando sempre bene, la frutta secca, l'uvetta e, quando tutto è freddo, le uova. il lievito per ultimo. si inforna a 200 gradi per 20 minuti e a 180 per altri venti, controllando la cottura con uno stecchino e facendo attenzione che non si scotti sopra.

la faccio tutti gli anni, per ricordare i miei vecchi. ma ai miei figli non piace perché uno non ci vuole le uvette, l'altra le noci, l'altra i fichi... così, a meno di amici volenterosi, (che di solito non mancano, ad onor del vero...) di solito me ne avanzava un bel po'. un anno ho detto: amen, quest'anno facciamo senza. la notte ho sognato mia mamma che arrabbaitissima mi sgridava perché non mantenevo la tradizione. voi cos'avreste fatto?

giovedì 15 ottobre 2009

spiegazioni future

il mio papà fu preso dai tedeschi alla stazione di Mestre, nel '43, mentre tornava a casa dopo l'8 settembre, non sapendo che fare, come tanti altri soldati e non. portava ancora il grigioverde perché era un militare e non se l'era sentita di toglierlo. finì a Bergen Belsen, dove rimase fino all'agosto del '45, con gli altri prigionieri politici, e non accettò mai di rinnegare il re, anche se questo lo avrebbe liberato dal campo (ma per mandarlo a combattere) perché era profondaamente monarchico.
da piccola (beh, nei primi anni del liceo, credo) gli chiesi come avessero fatto tutti loro a votare per Mussolini, a dargli tutto il consenso che aveva. avevo visto i filmati dei suoi discorsi alle masse e mi era sembrato ridicolo, una macchietta boriosa e megalomane, anche sorvolando sul fatto che non condividevo le sue idee...
papà scrollò il capo e ammise che li aveva imbrogliati tutti e che non si erano resi conto di quello che succcedeva, sai com'è, che il popolo è bue e va dietro al primo che li infinocchia.
mi è venuto in mente ieri che i miei nipoti chiederanno la stessa cosa a me o ai miei figli, un giorno...
sarà un bel problema spiegare.

P.S. ero molto più piccola, forse alle elementari, quando chiesi a papà se gli era mai capitato di uccidere qualcuno, in guerra. mi rispose che per fortuna era nel genio e non aveva mai sparato un colpo. io ripresi a respirare e lo abbracciai.

mercoledì 24 giugno 2009

alziamoci e parliamo

ci sono degli insegnanti che lasciano il segno. alcuni no, te li dimentichi perché erano piatti, entravano, facevano la loro lezione con poca passione, uscivano, e in classe era come se non ci fosse stato nessuno. oppure, anche se non si parlava di altro che della loro materia, sentivi, a pelle, che quello che avevano dentro non era sulla tua lunghezza d'onda, che avevano poco da darti oltre a qualche spiegazione e i compiti per casa.
ma ce ne sono altri che restano con te anche dopo anni, dei quali ricordi i pensieri con i quali intercalavano le spiegazioni. non ti hanno insegnato solo la loro materia, ma anche, almeno un poco, a vivere, a pensare. e ti hanno fatto diventare quello che sei.
il mio professore di inglese del liceo era tremendo. ci faceva fare i compiti in traduzione simultanea: lui dettava in italiano e noi dovevamo scrivere in inglese. 20 minuti un compito e gli avanzava anche tempo per spiegare o interrogare. non abbiamo usato il dizionario fino alla fine della seconda quando ci concesse, dopo le nostre insistenze, di usarlo in un compito. prendemmo tutti 4 perché, cercando le parole più adatte, finimmo per fare un casino bestiale con la grammatica. o imparavi l'inglese o morivi. sono sopravvissuta.
durante la lezione fumava almeno un paio di sigarette (allora, anni '70, si poteva), buttando la cenere nel cassetto della cattedra e ogni tanto gli prendevano degli accessi di tosse che temevamo restasse lì senza più fiato. ci raccontava di aver conosciuto JFK e gli brillavano gli occhi. credo che, dopo mio padre, sia stato l'uomo più importante per la mia educazione.
ricordo che un giorno ci disse che ogni tanto, alla sera, si fermava a tirare le somme di quello che aveva fatto perché così capiva meglio se aveva agito per il bene o no, se aveva fatto qualcosa di buono o no, perché non si deve vivere senza pensarci.
e poi un giorno ci fu una manifestazione a scuola, dei cartelloni un po' troppo sopra le righe, non ricordo bene, ma era qualcosa che non condividevamo ma subivamo, poveri alunni di seconda nel 1969 pieno di bufere. lui entrò in classe e ci chiese: ma siete d'accordo, voi? e noi rispondemmo, sinceramente, che non lo eravamo. e perché non lo dite? ma siamo piccoli, siamo in seconda, nessuno ci dà retta... male, perché quando si tace è come se si fosse d'accordo con quello che dicono gli altri. se non la pensate come loro e state zitti è come se gli deste ragione. se non la pensate come loro dovete dirlo o sarete responsabili delle loro parole, come se fossero le vostre.
ecco, quella fu un'illuminazione.
non posso dire di aver sempre seguito il suo consiglio, negli anni, anche se spesso, come tutti i timidi, mi costringo a fare le cose che mi terrorizzano di più (a parte muovermi da casa) e quindi sono una che dice sempre quello che pensa, ma non sempre lo dice.
se da una parte sento il bisogno di esprimere il mio disaccordo, dall'altra ci sono anni di educazione al rispetto delle convenienze (all'ipocrisia?) che mi frenano. col tempo però ho imparato anche a pensare: ecchissenefrega? cosa cambia se parlo? perché devo tacere? se ho un problema con quello che pensano gli altri, perché non posso dirlo? di' la verità, diventerà il problema dell'altra persona, diceva il grande Michael.
quindi sì, scorfy, dovremmo andare in mezzo al paese e urlarlo forte, il nostro dissenso. e che ne so, forse condirlo con qualche mi consenta, con qualche sono radicato sul territorio, anche con qualche vaffanculo, perchè no, se pensano che parliamo troppo bene. ma dovremmo parlare. perché scrivere solo qui, nei blog, su fb, per quanto sia diventato il mio gancio col mondo, comincia a non bastarmi più.

giovedì 4 giugno 2009

i tigli

sono tornati a fiorire i tigli. di sera si sente il loro profumo. la scuola sta per finire.
vicino a tutte le mie scuole ci sono sempre stati dei tigli, ma quelli che ricordo con uno struggimento dell'animo sono quelli del liceo, a Treviso... sarà perché erano gli anni attorno al 68, sarà perchè di anni ne avevo 18 o giù di lì, ma quando ci penso...

lunedì 12 gennaio 2009

a Fabrizio

ho conosciuto Fabrizio per via di Francesca, una mia compagna di classe, che ascoltava le sue canzoni nel lontano 1968 e le conosceva talmente bene che ne saccheggiava impunemente i testi per i compiti di italiano: tanto il prof non se ne accorgeva perché allora De André non se lo filava nessuno. l'ho riscoperto qualche anno fa, riascoltando le sue canzoni vecchie e nuove e soprattutto quelle riarrangiate con la PFM e con altri, non più cantate solo da lui e dalla chitarra, ma riempite, giustamente, di suoni. l'ho riascoltato con mio figlio Paolo, che ne è rimasto affascinato. la nostra preferita è "Un Giudice", e non ci stanchiamo mai di sentire "Creuza de ma'".
stasera ho seguito la trasmissione di Fazio, un po' troppo celebrativa, a dire il vero. mi sono commossa, come sempre, sui suoi testi incredibili, che sembrano degli ingranaggi perfetti: non una parola, non una rima sono superflue, e le frasi pungenti, o toccanti, o poetiche sono sempre lapidarie, argute e piene di verità semplici ma profonde.
grazie faber.

venerdì 2 gennaio 2009

lui non c'era

ho ritrovato i miei compagni di classe. sempre simpaticissimi, uguali ad una volta. ci siamo ritrovati con un affetto incredibile, ci siamo messi a chiacchierare come se ci fossimo lasciati solo due minuti prima. è stato davvero splendido.
ma "lui" non c'era.
lui era in classe com me dalla prima alla quinta liceo e io ne sono stata sempre vagamente innamorata, fin dal primo giorno di scuola. altissimo, piuttosto carino, scriveva benissimo e suonava il piano. studiavamo assieme sui miei appunti di filosofia, a casa sua, e sua mamma ci portava il tè con i biscotti alle cinque. ogni tanto facevamo una pausa e lui suonava le canzoni di Bacharach... insomma, in quarta ero un po' più che vagamente innamorata, diciamo che gli morivo dietro. e in quinta anche peggio. ma non è mai successo nulla, accidenti. anche se eravamo molto legati, molto amici, nessuno dei due ha mai trovato il coraggio di muoversi per primo e la nostra storia è rimasta nel limbo di quello che potrebbe accadere.
così mi è rimasta la voglia, credo. tant'è che per anni, quando avevo qualche incomprensione con l'ex, io sognavo lui. sognavo che ci mettevamo assieme, che mi diceva che mi aveva sempre amata... insomma era il mio rifugio, nei sogni. ancora adesso mi accade, a volte. ed è così dolce stare fra le sue braccia, in sogno, che quando mi sveglio provo un dolore quasi fisico.
mi sono spesso chiesta come sarebbe andata tra noi due. non ho risposte. ma ho un'incredibile voglia di parlargli. e non è escluso che lo farò.